Esercizio Fisico e Fibromialgia

Esercizio Fisico e Fibromialgia

L’esercizio fisico a bassa intensità migliora la catastrofizzazione del dolore e altri aspetti psicologici e fisici in donne con fibromialgia

 

LO SCENARIO

La fibromialgia (FM) è una condizione cronica caratterizzata da un dolore diffuso associato ad altri sintomi fisici, come la fatica o la diminuzione della capacità fisica, e alterazioni psicologiche. Una di queste ultime è la catastrofizzazione del dolore, un costrutto psicosociale specifico del dolore, che include l’elaborazione cognitiva ed emotiva, il senso di impotenza, il pessimismo e la ruminazione sui sintomi legati al dolore.

La catastrofizzazione del dolore è stata associata alla gravità del dolore e alla disabilità, e viene considerata un fattore di rischio per la cronicizzazione del dolore. Inoltre, ha dimostrato di diminuire l’accettazione del dolore che, a sua volta, può aggravare la sintomatologia. L’accettazione è più bassa nei pazienti con FM, il che è stato collegato a un più alto grado di disabilità e a una minore qualità della vita.

Altre alterazioni psicologiche che possono aggravare la sintomatologia della fibromialgia sono l’ansia e la depressione. Queste, insieme ad alti livelli di stress, sono state indicate come fattori precipitanti e/o perpetuanti di questa condizione e sono inversamente correlati alla qualità della vita di questi pazienti. A questo proposito, è stato suggerito che più alto è il livello di catastrofizzazione del dolore, ansia e depressione negli individui con FM, maggiore è la loro sensibilità agli stimoli non dolorosi e la difficoltà ad affrontare il processo doloroso.

 

L’IMPATTO CHE HA SULLA VITA DI TUTTI I GIORNI

È interessante notare che la catastrofizzazione del dolore è stata anche inversamente correlata alla resistenza muscolare. Questa tendenza ha dimostrato di avere un impatto negativo sui sistemi neuromuscolare, cardiovascolare, immunitario e neuroendocrino. A sua volta causa un’alterazione della capacità funzionale, che può essere valutata sia oggettivamente che soggettivamente. Un declino oggettivo del condizionamento fisico ha un effetto dannoso sulla capacità di svolgere le attività della vita quotidiana, ma anche l’alterazione della percezione della capacità funzionale autopercepita può portare a un’effettiva inattività fisica e a un progressivo decondizionamento.

Il decondizionamento fisico può avere un impatto negativo sulla qualità della vita dell’individuo e sul suo rendimento professionale, che porta all’assenteismo.

 

COME INTERVENIRE

L’attuale gestione della fibromialgia è solitamente basata sul trattamento farmacologico che, nonostante sia altrettanto efficace di una terapia non farmacologica, ha maggiori effetti collaterali e una minore accettazione da parte dei pazienti. Uno dei più promettenti e convenienti approcci non farmacologici è l’esercizio fisico (PE). Così, sono stati proposti un certo numero di protocolli che prevedevano la resistenza aerobica, la flessibilità, protocolli combinati ed altre modalità, che hanno ottenuto miglioramenti principalmente nella qualità della vita, nel dolore, nella forma fisica, e depressione con carichi di lavoro progressivi adattati alle condizioni dell’individuo per promuovere l’aderenza.

 

LO STUDIO

In uno studio controllato randomizzato si è voluto analizzare l’effetto di un programma di esercizio fisico a bassa intensità, che combina l’allenamento di endurance e coordinazione, sugli aspetti psicologici (come catastrofizzazione del dolore, ansia, depressione e stress), la percezione del dolore (cioè, accettazione del dolore, soglia del dolore da pressione (PPT), e la qualità della vita e il condizionamento fisico (cioè, capacità funzionale autopercepita, resistenza e capacità funzionale, potenza e velocità) in donne con fibromialgia.

Trentadue donne con FM sono state assegnate in modo casuale a un gruppo che svolgeva esercizio fisico (PEG, n = 16), che svolgeva un programma a bassa intensità di otto settimane e un gruppo di controllo (CG, n = 16). Sono stati valutati prima e dopo l’intervento: la catastrofizzazione del dolore, l’ansia, la depressione, lo stress, l’accettazione del dolore, la soglia del dolore da pressione, la qualità della vita, la capacità funzionale autopercepita, la resistenza e la capacità funzionale, la potenza e la velocità. Si è osservato un miglioramento significativo in tutte le variabili studiate nella PEG dopo l’intervento (p < 0,05). Al contrario, la CG non ha mostrato miglioramenti in nessuna variabile, che ha inoltre mostrato valori più miseri per la PPT (p < 0,05).

In conclusione, un programma combinato di esercizio fisico a bassa intensità, che include allenamento di endurance e coordinazione, migliora le variabili psicologiche, la percezione del dolore, la qualità della vita e il condizionamento fisico nelle donne con FM.

 

Dott.ssa Francesca Vespasiano – Chinesiologa

[Low-Intensity Physical Exercise Improves Pain Catastrophizing and Other Psychological and Physical Aspects in Women with Fibromyalgia: A Randomized Controlled Trial – Ruth Izquierdo-Alventosa et al. Int J Environ Res Public Health – 21 Maggio 2020]

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Dolore : “Istruzioni per l’uso” Pt. 2

Dolore : “Istruzioni per l’uso” Pt. 2

Nella prima parte dell’articolo abbiamo visto il significato, probabilmente nuovo per molti del DOLORE, cioè come sistema e meccanismo di protezione dei nostri tessuti, ed il dolore come una esperienza sensoriale ed emotiva che possiamo fare in talune circostanze; infine abbiamo accennato al fatto che non tutti i “dolori” sono uguali.

 

Consideriamo, ora, i meccanismi neuro-fisiologici che concorrono alla “esperienza finale del dolore”: la nocicezione, la percezione e la “scatola nera del Dolore”.  E dobbiamo fare una distinzione fondamentale tra il “dolore acuto” ed il “dolore persistente(a me non piace parlare di “dolore cronico” e, peggio ancora di “malato cronico”, perché così il paziente si sente “spacciato” e destinato ad una vita di sofferenza…).

La nocicezione è “Il processo, essenziale alla sopravvivenza, di codifica neurale (ricezione, trasmissione ed elaborazione centrale) di uno stimolo nocivo (Tracey 2013)”.

Può essere definita coma la modalità sensoriale costituita da recettori e vie nervose che rilevano stimoli ad alta soglia con caratteristiche termiche, chimiche e meccaniche.

La nocicezione è altresì una modalità sensoriale specifica per informazioni ad alta intensità che utilizza segnali neurali ad alta frequenza per trasmettere informazioni sull’intensità di un dato stimolo e non sul dolore…e questo è molto importante sottolinearlo! Quindi dopo una data soglia di impulsi, di stimoli ritenuti dannosi o potenzialmente dannosi (SIGNIFICATO), il dolore è la risposta che si attiva nella sua complessità!

E’ inoltre il processo neuro-fisiologico che dalla periferia (tessuti) al centro (midollo e cervello), recapita informazioni circa la salute, il danno e/o la lesione riscontrata, e dal centro in periferia riportando altre informazioni per la gestione dello stato patologico riscontrato.

In questo contesto, quindi, il Dolore è un meccanismo utile e positivo che garantisce la gestione ed il processo della guarigione! Il dolore nocicettivo è il “dolore fisiologico”, localizzato nell’area del danno o della disfunzione. Il paziente descriverà questo dolore con tutta una serie di “sensazioni e sintomi conosciuti”; riferirà vari fattori aggravanti o allevianti di natura meccanica; il dolore generalmente è intermittente e acutizzato con il movimento; nella fase acuta ci saranno fastidi pulsanti e costanti anche a riposo, è la nocicezione associata all’infiammazione.

Allora anche il processo infiammatorio è necessario alla guarigione, quindi, probabilmente, è sbagliato accanirsi con farmaci antiinfiammatori!

La percezione è il complesso sistema neuro-fisiologico attraverso il quale il nostro cervello comunica con il mondo esterno attraverso i recettori, i quali convogliano una quantità enorme di informazioni ogni secondo. Da questa mole è il cervello che “decide” cosa è importante e cos’altro no, per motivi di risparmio energetico ed altro. Dalle info ritenute importanti si costruisce la sua realtà e la sua visione del mondo.

Questo processo vale anche per gli stimoli nocicettivi e/o neuropatici: lo stimolo allarmante (importante) diventa percettivo, avrà un significato e ne partirà, magari, tutta la risposta dolorifica… (i nocicettori si possano attivare senza l’esperienza del dolore: sono tutti d’accordo che applicando 50 kg su 1 cm quadro di pelle si evocherebbe dolore severo, ma una ballerina classica con scarpe a punta lo fa continuamente per diverse ore, riportando esperienze emozionali positive, mentre i suoi nocicettori delle dita sono sicuramente attivi; quindi, almeno i ballerini esperti riescono a dissociare l’esperienza del dolore dalla nocicezione!)

 

Diverso è il quadro neuro-fisiologico in caso di Dolore persistente/cronico: il danno/lesione sono guariti ed il paziente continua a provare dolore! Siamo di fronte ad uno scenario complesso, in cui la cosiddetta “matrice del dolore”, le “vie neuronali ascendenti e discendenti” diventano ipersensibili ed ipereccitabili e maladattivi. Altri fattori, come dicevamo sopra (aspetti bio-psico-sociali, stato emotivo, convinzioni, ricordi, aspettative e significati), entrano e restano in gioco, mantenendo uno “stato di allarme acceso ed attivo”.

Al mantenimento del dolore cronico concorrono vari aspetti:

  • Influenze cognitive ed affettive (pensieri e convinzioni de-potenzianti);
  • Influenze socioeconomiche;
  • Influenze genetiche ed epigenetiche;
  • Influenze ambientali… (troppa protezione e “vita da perenne ammalato”);
  • Utilizzo spesso esagerato ed improprio di farmaci.

Le caratteristiche del dolore cronico centrale generalmente sono: pattern di provocazione sproporzionato, generalmente non meccanico; dolore sproporzionato alla natura ed all’estensione del danno originale.

La distribuzione del dolore è molto diffusa senza necessariamente rispettare rapporti anatomici o di innervazione; forte associazione con fattori psicosociali maladattivi. Quando la protezione diventa troppa protezione, il movimento viene inibito e la modulazione del dolore si riduce: uno stimolo che in precedenza veniva interpretato dal sistema nervoso come non significativo ora viene percepito come dolorifico. Il cervello gioca un ruolo fondamentale nell’interpretazione del dolore!

 

Quindi dobbiamo trattare differentemente un paziente con dolore acuto rispetto ad un paziente con dolore persistente!

Dobbiamo essere in grado di riconoscere e gestire diversamente il dolore nocicettivo da quello neuropatico! E dobbiamo assolutamente trattare con tempi ed obiettivi diversi il paziente dal dolore nociplastico centrale, nella sua complessità e sofferenza!

Dobbiamo essere in grado di spiegare il dolore ed i suoi meccanismi in maniera differente! Ma spesso ci si limita a curare il Dolore esclusivamente come sintomo, lasciando il paziente in uno stato di malattia.

Dott Lorenzo Rossi – Fisioterapista spec in Terapia Manuale

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Dolore : “Istruzioni per l’uso” Pt.1

Dolore : “Istruzioni per l’uso” Pt.1

Dolore è la parola più cliccata nei motori di ricerca di tutto il mondo, ed è l’esperienza che abbiamo fatto tutti sin “dai primi passi”, o anche prima!

Secondo la definizione proposta dall’International Association for The Study of Pain (IASP): “Il dolore è un’esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata ad un danno reale o potenziale del tessuto, o descritta con riferimento a tale danno”.  Un’esperienza, quindi modificabile dalle nostre aspettative, dalle nostre convinzioni, dal ricordo del dolore stesso, dal contesto bio-psico-sociale in cui viviamo. Un’esperienza “emotiva” quindi in cui confluiscono emozioni e significati che al dolore ognuno di noi associa. (Un paio di scarpe nuove, belle ed eleganti sotto ad un vestito altrettanto elegante in una giornata per noi importante e speciale, magari ci stanno strette, ci fanno male…ma in un contesto simile, quel dolore non ha un significato limitante o preoccupante…)

Dolore come “emozione protettiva dell’integrità dell’organismo”; non più dolore/danno, piuttosto come il risultato della percezione nel nostro cervello, che un certo evento può essere minaccioso per l’integrità dei nostri tessuti.  A questa percezione di minaccia concorrono gli imput sensoriali, le esperienze passate, fattori culturali/sociali, aspettative, credenze e convinzioni.

L’insieme di tutti questi fattori dà il significato complessivo all’esperienza del dolore; seguiranno risposte motorie, risposte immunitarie, risposte endocrine che genererà il comportamento complessivo volto alla protezione di difesa del tessuto minacciato.

Un quadro patologico, infiammatorio, quindi di dolore è mantenuto (come indiscutibilmente dimostrato dalla letteratura scientifica), da certi cibi e dalla qualità del sonno: una corretta alimentazione, uno stile di vita sano ed un sonno ristoratore saranno da prediligere (seguiranno articoli dedicati).                       

La biologia del dolore non è mai semplice!

Il dolore appartiene, dunque, al sistema di protezione dell’organismo: è un’emozione soggettiva emergente dall’esperienza dell’avere un corpo in relazione con il mondo: in tal senso è non solo utile…ma necessaria!

I quadri patologici si possono inserire in tre grandi categorie: dolore prodotto da meccanismi Nocicettivi, Neuropatici e Nociplastici.

Nella prima categoria ci sono tutti quei quadri dolorosi determinati da meccanismi fisiologici, naturalmente deputati alla protezione dei tessuti e delle strutture corporee, da possibili danni e poi in caso di lesione, saranno in grado di favorirne i processi di guarigione.

Alla seconda categoria appartengono le lesioni e le patologie del Sistema Nervoso somato-sensoriale periferico, di natura traumatica, degenerativa e metabolica: le stesse fibre nervose del nervo avranno dei danni (es: neuropatia diabetica, sindrome del tunnel carpale, cervico-brachialgia, lombo-sciatalgia, ecc).

Nel gruppo nociplastico, o per semplificarlo “della sensibilizzazione centrale”, rientrano tutti quei meccanismi in grado di produrre e mantenere a lungo l’esperienza dolorosa. A questo gruppo appartengono tutti i quadri clinici complessi che sono basati sull’alterazione del funzionamento del dolore, nelle quali non è possibile individuare una specifica condizione patologica (es: fibromialgia, mal di schiena non specifico, sindrome delle gambe senza riposo, ecc).

Queste tre categorie, clinicamente, si possono sovrapporre: per determinarne la terapia più efficace, in fase di valutazione toccherà all’operatore sanitario, considerare il gruppo manifesto prevalente.

Il dolore ci preoccupa e ci destabilizza e, nonostante sia un’esperienza molto comune nella vita quotidiana di ognuno di noi, quando ci capita di provarlo, nella nostra testa si accende un campanello d’allarme che ci porta ad associarlo, troppo spesso, ad uno stato di malattia.

Tutto il sistema neuro-biologico del dolore lo possiamo paragonare ad un sistema complesso ed efficace di allarme. Spesso, però, il sistema può diventare “troppo” sensibile allertandosi anche quando non ce ne sia veramente bisogno: e come se i sensori facessero scattare tutto l’allarme alla rilevazione di una mosca…

Nella seconda parte dell’articolo vedremo nel dettaglio come funziona questo sistema complesso ed affascinante…

 

 Dott Lorenzo Rossi – Fisioterapista spec in Terapia Manuale

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Cefalea Tensiva, Emicrania e Alimentazione

Cefalea Tensiva, Emicrania e Alimentazione

La cefalea tensiva e l’emicrania sono condizioni neurologiche complesse e multifattoriali a cui contribuiscono numerosi fattori: predisposizione genetica, stile di vita, suscettibilità individuale, e tutta una serie di fattori BIO-PSICO-SOCIALI

 

Alla base dei sintomi e segni di un attacco di cefalea tensiva o emicrania, tuttavia, c’è sempre un’infiammazione di specifici neuroni del sistema nervoso, per cui è estremamente utile orientarsi verso un regime nutrizionale che lavori proprio sull’INFIAMMAZIONE, e che prevede, nello specifico:

  1. riduzione graduale ma veloce o eliminazione immediata di zuccheri, dolci, bevande gassate, insaccati, carboidrati industriali o raffinati, carni rosse, cibi con glutine e glutammato di sodio, alcool, grassi idrogenati e trans, latticini e derivati;
  2. consumo pieno di verdure, fibre e legumi;
  3. bilancio corretto tra grassi omega 3/omega 6, quindi riduzione di olii di semi ed aumento di consumo di frutta secca, pesce e vegetali ricchi in omega 3;
  4. Consumo di OLIO DI OLIVA, eliminazione di margarina, riduzione di burro ed altri condimenti

 

I CIBI TRIGGER

 Il quadro nutrizionale è arricchito dalla presenza di cibi TRIGGER dell’attacco cefalgico che andranno evitati:

 1.Glutammato monosodico: zuppe pronte, dadi o brodi granulari, Proteine animali e vegetali idrolizzate, Estratti o idrolizzati di piante proteiche (soia, piselli), Sodio caseinato; Calcio caseinato; Estratto di Lievito; Avena idrolizzata. In generale la maggior parte degli insaporitori e dei cibi in vendita già pronti/precotti/insaporiti/conditi ecc…

 2.Cibi con caffeina: caffè, cioccolato, coca cola (in alcuni pazienti il caffè è benefico)

 3.Cibi contenenti TIRAMINA: formaggio, vino rosso, carni processate, salumi

 4.Cibi con conservanti come il Nitrato di Sodio: Salumi, insaccati, carne in scatola, wurstel

 5.Aspartame contenuto nelle bevande light ed in tanti prodotti «sugar free»

 

 Un quadro più complicato:

LE CONDIZIONI TRIGGER

 Esistono ovviamente delle condizioni specifiche di ciascun individuo da tenere in considerazione e da investigare, perché la buona riuscita della dietoterapia dipende anche dal trattamento del substrato etiopatogenetico.

 Aspetti, pertanto, che vanno ATTENTAMENTE VALUTATI in pazienti con attacchi cefalgici sono:

 1.Carenze Vitaminiche: (B2, B6, B9, B12), Vitamina C, Vitamina E

 2.Carenze di minerali: Magnesio, Calcio, Ferro

 3.Disidratazione

 4.Presenza di Allergie (nichel o alimenti)

 5.GlutenSensitivity(escludere prima una celiachia)

 6.Anomalie del microbiota

 7.Ipoglicemie reattive

 8.Fluttuazioni pressorie

 9.Deprivazione di sonno

 10.Stress cronico

 

 La sindrome metabolica, per esempio, è presente nel 21,8% dei pazienti che hanno emicrania con aura e nel 16,8% degli altri ed è correlata allo sviluppo di forme croniche di emicrania.

 

Ormai sono numerosissimi gli studi che dimostrano quanto:

  • migliorare il peso
  • controllare fluttuazioni pressorie
  • controllare i parametri di rischio CV

 conduca a:

  • riduzione dell’infiammazione sistemica
  • riduzione dell’emicrania.

 

 Ma non finisce qui…

 Sempre più studi suggeriscono che l’emicrania potrebbe essere -almeno parzialmente -una sindrome da deficit energetico cerebrale e che l‘ attacco acuto sia una risposta all’aumento dello stress ossidativo e/o all’ipometabolismo cerebrale.

 

Cosa significa tutto questo?

Significa che approcci terapeutici mirati alla modulazione del metabolismo cerebrale troverebbero una giustificazione al loro utilizzo.

 

 La DIETA CHETOGENICA

Hai mai sentito parlare della DIETA CHETOGENICA e dei suoi effetti benefici per l’Emicrania?

 La dieta chetogenica è basata sulla severa restrizione dell’apporto di carboidrati e sul consumo di alimenti in cui predominano la componente lipidica e proteica, in proporzioni che variano a seconda del modello e dello scopo della dieta.

 La condizione di chetosi che si instaura in seguito a una dieta ben elaborata comporta una serie di adattamenti che sono molto simili a quelli che si hanno durante un digiuno prolungato, ma senza intaccare anche la componente proteica, che viene invece risparmiata  grazie all’apporto di proteine e lipidi garantito dai pasti.

 L’utilizzo di acidi grassi come substrato preferenziale da parte degli epatociti aumenta la produzione di corpi chetonici a livelli tali da renderne possibile l’utilizzo come substrato energetico da parte del tessuto muscolare scheletrico e cardiaco e, soprattutto, dal cervello, riducendone così la stretta dipendenza dalla disponibilità di glucosio.

 Tra i corpi chetonici già Il beta-idrossi-butirrato (BHB) è in grado, nel contesto di una dieta chetogenica, di:

 

  • aumentare il metabolismo cerebrale
  • ridurre l’eccitabilità neuronale
  • ridurre lo stress ossidativo e l’infiammazione

 portando ad una netta riduzione o scomparsa di tutti i sintomi dell’attacco cefalgico.

 

 CONCLUDENDO:

  •  Valutazione di eventuali condizioni trigger e stili di vita scorretti
  • Cibi trigger
  • Dieta antinfiammatoria e Controllo della resistenza insulinica
  • Dieta chetogenica

 

…Affidati a persone competenti, per il tuo mal di testa la soluzione c’è!     

Dott.ssa Simona Piccoli

 

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Caso clinico di Michela: la Terapia

Caso clinico di Michela: la Terapia

Michela, 50 anni

Storia di emicrania da bambina, progressivamente invalidante, curata con terapie farmacologiche, ricorrendo, spesso, in pronto soccorso! Numerosi attacchi mensili di mal di testa, vertigini, rigidità nei muscoli del collo e del dorso, con formicolio associato agli arti superiori; malessere generale; sonno disturbato.

Un caso clinico che mi sta particolarmente a cuore per il grande beneficio che la paziente ha trovato e sta continuando ad avere.

 La paziente ha iniziato il percorso circa due anni fa, periodicamente viene a controllo, segue le indicazioni “terapeutiche domiciliari” e cura lo stile di vita (alimentazione, fitness, meditazione) che mantiene nel tempo i benefici del trattamento stesso.

La paziente è una restauratrice, quindi sottopone quotidianamente la colonna ed in particolare il tratto cervico-dorsale e gli arti superiori a posizioni spesso scomode, fisse e mantenute per varie ore consecutive; anche la relazione tra occhi/vista e cervicale, nel suo caso, è estremamente importante da considerare e trattare…

Alla prima valutazione apparivano molto “reattivi” e sintomatici vari gruppi muscolari del capo e del collo; il tratto cervicale alto, rigido e limitato in varie direzioni di movimento ed estremamente dolente alla mobilizzazione passiva specifica.

In anamnesi, Michela, sottolineava che spesso durante gli attacchi più violenti (magari nei periodi di lavoro intensi e sotto stress), era costretta a rimanere a letto, ferma, al buio ed in silenzio!

Dopo le prime 5 sedute (terapia manuale articolare/miofasciale; esercizio terapeutico; rilassamento progressivo), la paziente riferiva con grande soddisfazione di aver avuto solo un paio di episodi di mal di testa ma senza ricorrere a farmaci per ben due settimane, nonostante un periodo intenso di lavoro ed impegni familiari.

Ci sono stati anche altri attacchi violenti e disabilitanti, perché la cefalea di Michela rientra in quelle che sono definite “primarie”, cioè ci sono tanti aspetti “genetici/costituzionali” che ne determinano le caratteristiche cliniche.

 Ci sono stati anche periodi in cui Michela era spaventata, magari aveva perso anche la fiducia negli effetti del trattamento, ma ha continuato a “fidarsi” ed a fare le cose previste dal percorso terapeutico…nei controlli successivi dichiarava un miglioramento complessivo (funzione/dolore del tratto cervicale; attacchi emicranici; qualità delle giornate), sempre maggiore, dal 60 all’80%: riduzione della frequenza degli attacchi, ma soprattutto della loro intensità, e riduzione dell’uso dei farmaci specifici (riusciva a ricorrere anche solo a farmaci da banco!).

Riporto le sue parole del controllo/trattamento del 15 luglio 2021: da più di un anno non più episodi violenti e devastanti, gestiti con meno farmaci, più movimento e, soprattutto, con una percezione diversa del mio problema”!

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Falsi miti sull’emicrania

Falsi miti sull’emicrania

L’emicrania è il disordine neurologico con l’impatto più alto al mondo in termini di giorni vissuti con dolore e disabilità. Sembra incredibile ma esistono ancora dei veri e propri miti sull’emicrania che vanno del tutto affrontati e chiariti.

Sfatare questi miti è già un vero e proprio rimedio terapeutico per chi ne soffre!

Mito numero 1: l’emicrania è causata da stress, depressione o altri fattori psicologici.                               

Errato: perché l’emicrania è un disordine neurologico e non psicologico!                                                 

 L’emicrania è causata da caratteristiche specifiche del sistema nervoso centrale di chi ne soffre. Alcune aree cerebrali delle persone con questa forma di cefalea tendono a una instabilità funzionale a cui si associa una ipersensibilità e iperreattività del sistema nervoso, magari sottoposto a stimoli e fattori esterni.    L’emicrania è una condizione neurologica molto debilitante. Può facilmente diventare cronica e impedire tutti gli aspetti della vita di una persona: lavoro, famiglia, qualità della vita, rapporti interpersonali e tempo libero. È una belva insaziabile che aggredisce ogni aspetto dell’esistenza di chi ne soffre. Questo effettivamente può facilitare la comparsa di disagi psicologici, come l’ansia o la depressione che spesso si associano a tale forma di cefalea ma senza relazione di causa-effetto.

Molte persone che soffrono di emicrania si rivolgono a vari specialisti e/o figure di ogni sorta spendendo tempo, risorse economiche e fisiche. Non tutti i professionisti sanitari sono preparati per capirla e gestirla al meglio. Pensare che tutto sia un problema psicologico è un grave errore. Ecco perché è importante rivolgersi a medici neurologi esperti in cefalee e a fisioterapisti/osteopati che la sanno trattare seriamente.

Mito numero 2: tutti i medici sanno diagnosticare e trattare l’emicrania.:                                                     

Errato: le statistiche mostrano che, in media, soltanto 1 medico su 20 è esperto in cefalee ed è in grado di diagnosticare e saper gestire terapeuticamente in modo corretto e aggiornato l’emicrania senz’aura, l’emicrania senz’aura mestruale, l’emicrania con aura e l’emicrania cronica.                                                       

Le persone che soffrono di emicrania nelle sue varie forme sono circa il 12% della popolazione mondiale! Di queste persone solo il 26% che effettua delle visite mediche riceve una diagnosi valida con relative cure. Solo 1 persona su 2 ottiene una qualche forma di terapia che sia minimamente efficace. Il sistema sanitario non conosce e affronta l’emicrania nel modo appropriato, ecco perché son sempre più necessari centri specializzati, o network di professionisti esperti.

Mito numero 3:devi fartene una ragione”!                                                                                                     

Quando si parla di emicrania, la risposta standard di molti professionisti sanitari è che sia una “malattia per tutta la vita”.                                                                                                                                                                

Errato: l’emicrania è un disordine e non una malattia perché non esiste ad oggi nessuna causa patologica specifica a giustificare tale affermazione. Non ci sono infatti lesioni del sistema nervoso, né virus o batteri o malformazioni patologiche. Esistono trattamenti, strategie e terapie che possono contenere tale disordine neuro-funzionale, diminuire i sintomi e la disabilità fino a garantire una qualità della vita accettabile. È un percorso difficile che necessita un percorso multidisciplinare e un cambiamento serio del proprio stile di vita. E’ altrettanto vero che non esiste una cura miracolosa, una pillola speciale che possa risolvere il problema in modo definitivo e rapido, ma attraverso un percorso terapeutico multidisciplinare si può avere una reale diminuzione della frequenza degli attacchi, una mitigazione della loro intensità e durata e una migliore risposta ai farmaci stessi!

Mito numero 4: l’emicrania non è pericolosa per la propria vita.

Errato: chi soffre di emicrania è esposto a vari rischi per la propria salute! Sembra incredibile da credere ma tra le persone sotto i 45 anni che hanno un ictus ben il 27% è dovuto all’emicrania. Un dato inquietante che dovrebbe far riflettere è che, negli USA, la quarta causa di morte è proprio l’ictus.                                        L’emicrania ha un impatto devastante sulla qualità della vita. Oltre ai sintomi e disabilità, può comportare situazioni di mobbing sul lavoro, problemi nei rapporti interpersonali e sociali.

 

Si tende a giudicare negativamente chi soffre di emicrania, additandola come persona che non sopporta lo stress, non è abbastanza forte o sicura di sé.                                                                                                             

Gli studi scientifici dimostrano come questi 4 miti siano assolutamente falsi.

Se soffri di emicrania e sei una persona a rischio è opportuno rivolgersi il prima possibile a professionisti esperti e intraprendere un percorso terapeutico integrato e multidisciplinare.

 

 

Per saperne di più leggi l’articolo completo  :

https://www.clinicadelmalditesta.it/falsi-miti-dellemicrania/ 

 

 

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